S&V FOCUS | 10 marzo 2026

Procreazione eterologa | Identità personale e diritto a conoscere le proprie origini

Gli approfondimenti di Scienza & Vita | di Francesca Piergentili

A solitary illuminated figure in vibrant orange stands out in a sea of faceless statues, symbolizing uniqueness and individuality amidst conformity.

Il diritto a conoscere le proprie origini, strettamente connesso all’identità personale, è considerato un diritto umano fondamentale. Esso trova riconoscimento nell’art. 7 della Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo del 1989, che afferma il diritto del bambino, per quanto possibile, a conoscere i propri genitori e ad essere da essi accudito. L’art. 8 della stessa impegna gli Stati “a rispettare il diritto del fanciullo alla propria identità”.

Tale diritto si colloca al centro di questioni molto complesse. La conoscenza delle proprie origini rileva in particolare rispetto all’adozione, al diritto della madre all’anonimato, nonché alla procreazione medicalmente assistita (PMA) di tipo eterologo.

La “genitorialità” nella procreazione eterologa

In Italia, dopo la sentenza n. 162 del 2014 della Corte costituzionale, che ha annullato il divieto originariamente contenuto nella legge n. 40 del 2004, si è posto, infatti, il problema relativo all’applicazione del principio nel caso venga alla luce un figlio mediante il ricorso a tecniche di PMA di tipo eterologo, e cioè con gameti estranei alla coppia.  Nel nostro ordinamento il donatore di gameti non ha diritto di conoscere l’identità del soggetto nato per mezzo di queste tecniche né il nato potrà conoscere l’identità del donatore. È tuttavia possibile, in presenza di particolari esigenze, accedere ad alcune informazioni sanitarie o genetiche non identificative relative al donatore.

Il ricorso alla PMA nella forma eterologa ha portato ad un profondo stravolgimento del significato del generare e della genitorialità. Come è stato evidenziato in dottrina, l’ingresso del donatore di gameti esterno alla coppia nella procreazione umana ha segnato un vulnus al principio che assegnava la prevalenza al superiore interesse del figlio: “a dispetto di questo principio, infatti, si rende possibile, nel concorso necessario delle biotecnologie e della legge, una genitorialità artificiale, biologicamente spuria rispetto alla coppia, ma rivolta a creare un’apparenza di genitorialità biologica per entrambi i genitori legali[1].   

Una domanda allora si pone: i genitori dovrebbero dire ai bambini che sono stati creati usando gameti “donati”?

Il segreto e l’anonimato

È importante innanzitutto evidenziare che “segreto” e “anonimato” non sono sempre sovrapponibili. Come ha avuto modo di chiarire il CNB nel parere Conoscere le proprie origini biologiche nella procreazione medicalmente assistita eterologa del 2011 “il segreto nella PMA riguarda le modalità del concepimento” mentre “l’anonimato fa riferimento alla identità genetica/anagrafica o ad altre informative che riguardano i donatori[2].

È evidente che la richiesta di conoscere le proprie origini può essere avanzata dalla persona già informata sulle modalità del proprio concepimento. Si pone, pertanto, prima la questione relativa alla legittimità o meno di un comportamento genitoriale che preferisce mantenere il segreto, impedendo al figlio di interrogarsi in modo completo sul proprio essere.

In alcuni Stati l’anonimato è stato fortemente limitato o escluso: i figli nati attraverso la PMA eterologa possono accedere all’identità del donatore una volta adulti. È il caso del Regno Unito, dei Paesi Bassi e della Francia.  

Un articolo pubblicato su The Hastings Center Report affronta il tema, riconoscendo che la questione è da più di venticinque anni che interessa il dibattito bioetico e giuridico. L’autrice osserva che, in particolare negli ultimi decenni, il dibattito su questo tema si è polarizzato in due posizioni. Da un lato, alcuni autori sostengono che i figli concepiti tramite donazione di gameti abbiano un interesse rilevante — o meglio un vero e proprio diritto — a conoscere l’identità dei propri genitori genetici. Secondo questa prospettiva, l’accesso a tali informazioni può avere valore per la costruzione dell’identità personale, per la comprensione della propria storia biologica e anche per ragioni mediche. Dall’altro lato, altri studiosi mettono in guardia contro il rischio che il riconoscimento di un simile diritto interferisca con la privacy dei donatori, con l’autonomia dei genitori e con la stabilità delle famiglie create attraverso la donazione di gameti.

Secondo l’autrice, il disaccordo nasce dal modo in cui i partecipanti al dibattito interpretano la natura della donazione di gameti, utilizzando analogie con altri fenomeni sociali ed istituti giuridici. Una delle analogie più utilizzate da chi sostiene il diritto alla conoscenza delle origini genetiche è quella con l’adozione. Negli ultimi decenni, molti ordinamenti hanno riconosciuto agli adottati la possibilità di accedere alle informazioni sui propri genitori biologici. I sostenitori della trasparenza ritengono, quindi, che una situazione simile si presenti nel caso della donazione di gameti: anche qui una terza persona contribuisce geneticamente alla nascita del bambino, pur non assumendo il ruolo di genitore. Se la conoscenza delle origini è considerata importante per i bambini adottati, non è chiaro perché lo stesso principio non dovrebbe valere per i figli concepiti tramite donazione di gameti.

Chi, invece, è contrario a tale impostazione propone una diversa analogia: la donazione di gameti dovrebbe essere paragonata non all’adozione ma alla procreazione naturale. Nella maggior parte delle nascite naturali non esisterebbe garanzia che la persona conosca davvero i propri genitori genetici, a causa di possibili errori, segreti o incertezze sulla paternità. Se si affermasse un diritto generale a conoscere i propri genitori genetici, lo Stato dovrebbe intervenire anche in tali situazioni, ad esempio imponendo test genetici alla nascita. L’autrice, però, ritiene questa analogia molto problematica. La differenza principale, secondo lei, sta nel fatto che nella procreazione assistita con donazione di gameti l’intervento di una terza persona è intenzionale e strutturale. Non si tratta di un’incertezza accidentale o di una situazione eccezionale: il coinvolgimento di un donatore è una scelta deliberata all’interno di un processo medico e istituzionale. Di conseguenza, il fatto che il bambino possa non conoscere le proprie origini genetiche non è semplicemente una possibilità contingente ed eccezionale, ma il risultato di decisioni consapevoli prese da adulti e istituzioni prima della sua nascita.

Proprio per questo motivo, secondo l’autrice, sarebbe da preferire l’analogia con l’adozione. In entrambi i casi, infatti, esiste una separazione tra genitorialità genetica e genitorialità “sociale” che deriva da decisioni istituzionali e familiari. Questa somiglianza rende plausibile l’idea che anche nel caso della donazione di gameti i figli possano avere un interesse particolarmente forte a conoscere la propria origine genetica. Nell’articolo vengono proposte alcune possibili azioni politiche, come l’abolizione dell’anonimato dei donatori e la creazione di registri che conservino le informazioni sulla loro identità, permettendo ai figli concepiti tramite donazione di accedervi una volta raggiunta l’età adulta. Questa soluzione non garantisce che i genitori rivelino al bambino le circostanze del suo concepimento, ma almeno rende possibile l’accesso alle informazioni qualora il figlio ne venga a conoscenza e desideri cercarle.

L’autrice riconosce che l’eliminazione dell’anonimato potrebbe ridurre la disponibilità di donatori, rendendo più difficile l’accesso alla procreazione assistita. Inoltre, alcune famiglie potrebbero preferire donatori anonimi per evitare potenziali conflitti legali o relazionali. Nell’articolo si sostiene che queste preoccupazioni, che meritano attenzione, non sono, però, sufficienti a negare l’importanza dell’interesse dei figli a conoscere le proprie origini genetiche.

La questione antropologica: l’identità della persona come dono e compito

Il tema mette in luce alcune problematiche sollevate dall’uso delle biotecnologie nell’ambito della procreazione umana, evidenziando il possibile conflitto tra i desideri e le volontà degli adulti e l’interesse del nato: le scelte compiute dai genitori e dalle istituzioni prima della nascita possono influenzare profondamente la vita del nascituro e del nato. Il dibattito sul diritto a conoscere le proprie origini rimanda anche a interrogativi più profondi sul significato dell’identità personale e della generazione umana.

Tali considerazioni dovrebbero spingere a riflettere, con una rinnovata attenzione, sull’importanza dell’identità personale, alla luce dei continui sviluppi delle tecnologie, riproponendo la domanda contenuta nel recente documento della Commissione Teologica Internazionale Quo vadis, humanitas? Pensare l’antropologia cristiana di fronte ad alcuni scenari sul futuro dell’umano– Dove vai, umanità?”, e cioè: come si può riuscire in questa stagione culturale e sociale a discernere una “identità umana autentica”?

Le sfide derivanti dai progressi delle biotecnologie ma anche dall’immaginario culturale diffuso, “mettono in questione l’esperienza elementare che l’essere umano fa di sé stesso nel concreto, cioè quell’esperienza in cui plasma la sua identità”. L’esistenza personale non è pura astrazione ma è, invece, “collocata in una storia, in un tempo e in uno spazio precisi, e si risveglia alla coscienza di sé all’interno di relazioni che dicono un’appartenenza che la precede e la fonda”. L’identità della persona è, allora, “sempre qualcosa di ricevuto e, al tempo stesso, qualcosa di attualizzato e sviluppato da ciascuno”: è allo stesso tempo un dono e un compito da vivere.

La posta in gioco è molto grande: è “la questione dell’identità umana, individuale e collettiva, in un mondo in sviluppo,” che necessita della riaffermazione della “vocazione integrale dell’uomo”, inserita nel contesto di un “antropocentrismo situato” e cioè “di una visione del mondo che da un lato sostiene il valore peculiare e centrale dell’essere umano in mezzo al meraviglioso concerto di tutti gli esseri e dall’altro riconosce che la vita umana è incomprensibile e insostenibile senza le altre creature”.

 

Per approdondire:

  1. Sonya Charles, “Arguments and Analogies: Do Children Have a Right to Know Their Genetic Origins?,” Hastings Center Report56, no. 1 (2026): 32–39.
  1. Commissione Teologica Internazionale “Quo vadis, humanitas? Pensare l’antropologia cristiana di fronte ad alcuni scenari sul futuro dell’umano– Dove vai, umanità?”
  1. CNB, Conoscere le proprie origini biologiche nella procreazione medicalmente assistita eterologa, 2011

[1] A. Nicolussi, Fecondazione eterologa e diritto di conoscere le proprie origini: per un’analisi giuridica di una possibilità tecnica, RIVISTA AIC, 2012.

[2] CNB, Conoscere le proprie origini biologiche nella procreazione medicalmente assistita eterologa, 2011.

 

ultimo aggiornamento il 10 Marzo 2026

Share