I medici davanti all’Intelligenza artificiale: insostituibile o inquietante? L’abbiamo chiesto a una giovane dottoressa italiana che la sta sperimentando come “assistente” in un grande ospedale di New York. Ecco la sua esperienza.
Al Mount Sinai Hospital – uno dei più grandi poli ospedalieri e di ricerca dell’area metropolitana di New York, tra i primi al mondo ad aver investito in un dipartimento dedicato all’Intelligenza artificiale – lavora la trentatreenne milanese Eugenia Alleva. Medico con studi compiuti in Italia, oggi è “assistant professor” e coordina progetti che vedono coinvolti ingegneri, clinici e data scientists, tutti impegnati nella prevenzione e cura in particolare delle patologie ginecologiche. Lavorano su una piattaforma che integra i dati clinici dell’ospedale rendendoli utilizzabili per finalità di ricerca e di cura. Insomma, siamo nel campo, non più soltanto futuribile, in cui i dati elaborati da una macchina iniziano a orientare decisioni mediche, con tutto il corredo di domande che questo inevitabilmente suscita: sulla responsabilità, sul rapporto tra decisione umana e algoritmo, sul rischio di ridurre la persona a una sequenza di dati.
L’Intelligenza artificiale può rompere questo silenzio. «Permette, nella privacy della propria casa, di raccogliere dati e ricevere indicazioni. Può spingere le donne a rivolgersi a un medico e cambiare l’epidemiologia della malattia». Quello raccontato da Alleva non è un caso isolato. L’Intelligenza artificiale è già presente nella medicina da anni, anche se in forme meno visibili. «Esistono modelli di rischio cardiovascolare, utilizzati nella pratica clinica, oppure modelli in grado di ottimizzare il dosaggio di alcuni farmaci. La differenza, rispetto a qualche anno fa, sta nella scala e nella complessità. «Oggi possiamo analizzare milioni di dati genetici e sintetizzarli in una rappresentazione matematica che aiuti a scegliere, tra dieci tipi di farmaci molto simili, quello più efficace per un paziente e la sua particolare combinazione di geni».
Non è tuttavia solo una questione normativa: il nodo più delicato, riguarda la natura stessa della cura. L’Intelligenza artificiale rischia di disumanizzare la medicina? «Per me è un’alleata – risponde senza esitazione Alleva –. Può alleggerire il carico dei medici, occupandosi degli aspetti più meccanici e burocratici, che oggi assorbono una parte significativa del tempo clinico». Se una macchina può compilare le cartelle cliniche, insomma, il medico può dedicarsi di più al paziente. «L’alleanza terapeutica richiede tempo e spazio mentale. L’Intelligenza artificiale può contribuire a restituirli», precisa Alleva. Allo stesso tempo, cambia anche il ruolo del paziente: «Diventa più autonomo, più consapevole. Può avere strumenti per capire meglio il proprio corpo e partecipare attivamente alla cura. Il progetto sul flusso mestruale abbondante ne è un esempio emblematico».
ultimo aggiornamento il 30 Giugno 2026

