Visitare gli infermi Dario Sacchini

facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

Tra le sette opere di misericordia corporale, “visitare gli infermi” assume un rilievo tutto particolare, dal momento che farsi prossimo a chi soffre rappresenta un modo profondo ed emblematico di avvicinarsi, con espressione di Papa Francesco, alla carne viva e dolente di Cristo Gesù.
Il richiamo evangelico immediato va alla parabola del “Buon samaritano” (Lc 10, 25-37), icona di Gesù, che si è addossato le nostre infermità riscattandoci dal peccato, dalla morte e dalle loro conseguenze, di cui la sofferenza in ogni sua forma – nella lettura biblica sono il segno. Icona di Gesù e al contempo – al pari delle altre opere di misericordia – segno credibile di incarnazione e di discernimento sulla autenticità della personale professione di fede nel Crocifisso Risorto e di amore verso Dio e verso il prossimo, soprattutto quello debole, povero, sofferente (1Gv 3, 23-24). Di più, nel visitare gli infermi secondo il cuore di Cristo Gesù, ci assimila a Lui e, come Lui, cinto il grembiule nel servire le persone sofferenti. Ci assimila a Lui quale “Christus medicus” delle anime e dei corpi.
L’espressione “visitare gli infermi”, poi, porta in sé almeno tre ulteriori significati. In primo luogo, il verbo “visitare” rinvia al farsi concretamente presente all’altro, non a parole, ma nei fatti, anche e soprattutto quando costa sacrificio, considerando quanto la Beata Madre Teresa di Calcutta – una icona prediletta da Papa Bergoglio nell’Anno giubilare della misericordia appena iniziato – affermava relativamente ad ogni gesto di carità verso il prossimo che, se non costa, rischia di valere assai poco agli occhi di Dio.
In secondo luogo, “visitare” dice anche di una non episodicità della misericordia, nel senso che non si ferma al singolo atto caritativo ma cerca, in tutti modi possibili, continuità, sistematicità, organizzazione, come la parabola prima citata mostra. Infatti non solo il Buon samaritano presta le prime cure, ma si fa carico del malcapitato sofferente trasportandolo fino ad un luogo dove poter essere accudito, pagando di tasca propria, impegnandosi a continuare a rendersi presente. Da ultimo: visitare significa creatività nell’operare: presenza, tocco, parola, sguardo, preghiera.
Il termine “infermi” sottende infine almeno due aspetti. Il primo: l’infermità non si limita solo a quella fisica, bensì anche quella psicologica, spirituale, morale. Anzi, spesso i livelli si intersecano richiedendo un approccio “olistico” secondo un discernimento che porti ad individuare i modi più appropriati per venire incontro a quella particolare persona sofferente. Il secondo: il malato è immagine del Christus patiens (Cristo sofferente), qualsiasi sia il ceto sociale ed economico, la nazionalità, la fede religiosa, la nazionalità, la visione del mondo. in definitiva, dunque, “visitare gli infermi” si disvela come conferma del realismo cristiano, che guarda alla realtà dell’uomo nella sua interezza e nella sua integralità quale valore eminente, in una chiave di lettura che muovendo dall’immanenza della condizione umana e del dolore e della sofferenza volge lo sguardo verso l’origine e il compimento trascendente dell’uomo.

Dario Sacchini
Ricercatore confermato, Facoltà di Medicina e chirurgia, Istituto di Bioetica, Università Cattolica del Sacro Cuore Roma
Consigliere nazionale S&V

image_pdf
facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail
Pubblicato in Newsletter