Pregare Dio per i vivi e per i morti Giacomo Samek Lodovici

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Ci sono diversi tipi di preghiera e quella di questa opera di misericordia spirituale è la preghiera di intercessione, che la mentalità moderna tende non di rado a criticare, sia perché influenzata da una certa qual presunzione irrealistica di autarchia (l’uomo che basta a se stesso e tiene il suo destino in pugno), sia perché la accusa di provocare la dismissione dell’impegno umano nella storia demandando a Dio il miglioramento del mondo (cfr. Feuerbach e Bauer).
In realtà, preghiera e impegno devono essere congiunti: «Prega come se tutto dipendesse da Dio e impegnati come se tutto dipendesse da te» (s. Ignazio).
Certo, Dio conosce già le richieste umane, ma vuole che gli uomini preghino, affinché «pregando siano meritevoli di ricevere quanto Dio onnipotente fin dall’eternità aveva disposto di donare ad essi» (s. Tommaso).
Ma che cosa chiedere per i morti? La vita eterna, la comunione con Dio di coloro che, dopo la morte biologica, si trovano ancora in una condizione, già intuita da Platone (nel Gorgia), di purificazione ed espiazione, e che hanno bisogno di tale purificazione in quanto le loro anime non sono ancora pronte per la beatitudine. Infatti, anche il grande filosofo greco parlava di esseri umani che muoiono sì ancora macchiati da colpe, ma che non sono troppo gravi, e che espiano queste loro cattive azioni in un “luogo” ultraterreno: è un concetto molto simile a quello del Purgatorio cristiano (per un fondamento biblico cfr. 2Mac 12, 45).
E che cosa domandare per i vivi? Anzitutto i «vivi» sono tutti gli esseri umani, senza escludere nessuno (anche se differiscono giustamente l’intensità e lo zelo della preghiera per i familiari, per gli estranei, ecc.), nemmeno i nemici (cosa estremamente ardua, ma questo è un altro discorso).
Ciò che va domandato è, per es., la fine di una loro sofferenza o almeno la forza per affrontarla, la luce quando c’è da fare una scelta importante, il balsamo su una ferita, ecc.; in generale va domandato il loro vero (e non apparente) bene, che a volte “ha bisogno” proprio di quella sofferenza, di quella ferita, ecc. per realizzarsi (e per questo Dio le tollera). Del resto, la misericordia è uno dei nomi dell’amore, il quale consiste nel volere e cercare appunto il bene dell’amato e il vero bene di noi stessi e degli altri a volte non lo conosciamo, ma «lo Spirito intercede per noi con gemiti inesprimibili» (Rm 8,26-27).
Certo, in vista dell’attuazione del vero bene degli uomini, è fondamentale pregare perché siano illuminati i governanti e in genere per coloro che esercitano il potere.
In ultima analisi, e soprattutto, il vero e più prezioso bene da domandare è – come nel caso dei morti − la comunione con Dio. Come dice s. Tommaso, «a tutti dobbiamo volere […] la vita eterna» (è in questo senso che vanno amati anche i nemici).
Senza questo Bene tutti gli altri umani traguardi, relazioni interpersonali, cose possedute, ecc. risultano essere dei mali.
È cruciale rammentarlo in un’epoca in cui persino la predicazione cristiana spesso sorvola sui novissimi, cioè quegli esiti che sono per tutti ineludibili: morte, giudizio, Inferno/Paradiso (cfr. già Platone, come detto). E, come sottolinea Pascal, «lo stato dopo la morte è eterno», pertanto «è impossibile fare un solo passo con sensatezza e con discernimento senza regolarlo in vista di tale esito».

Giacomo Samek Lodovici
Docente di Filosofia morale, Storia delle dottrine morali e Filosofia della Storia, Università Cattolica del Sacro Cuore  Milano
Consigliere nazionale S&V

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