Nel seminario di studi Care Robot. Umanoidi per la cura, promosso da Scienza & Vita, l’intervento di Massimo Angelelli, direttore dell’Ufficio Nazionale per la Pastorale della Salute della CEI, ha offerto una lettura antropologica ed etica di grande profondità sul significato del prendersi cura in una società segnata dall’innovazione tecnologica e dalla crescente diffusione dei care robot.
La relazione ha posto al centro una domanda decisiva: che cosa resta della cura quando la relazione viene sostituita dalla prestazione?
L’evento malattia come esperienza “disvelante”
Secondo Don Angelelli la malattia non è solo un fatto clinico, ma un evento disvelante: irrompe nella vita della persona e ne mette in luce fragilità, equilibri nascosti, relazioni spesso date per scontate.
La malattia coinvolge non solo il paziente, ma l’intera rete relazionale, fino a mettere in crisi famiglie, amicizie e assetti affettivi consolidati. Per questo, prendersi cura non può ridursi alla gestione di una patologia, ma implica l’accompagnamento della persona nella sua interezza.
Fragilità e vulnerabilità: una distinzione chiave
Un passaggio particolarmente innovativo della relazione riguarda la distinzione tra fragilità e vulnerabilità:
- la fragilità è una dimensione costitutiva dell’essere umano, non un difetto da correggere;
- la vulnerabilità emerge quando la fragilità è esposta a rischi che la rendono insicura.
In questa prospettiva, la cura può essere definita come l’azione che riporta la vulnerabilità in una condizione di sicurezza, trasformandola in una fragilità abitabile ed equilibrata. Una definizione che restituisce alla cura un significato profondamente umano e relazionale.
Tecnologia, disimpegno e crisi della relazione
Nel suo intervento, Don Angelelli ha descritto un fenomeno preoccupante che attraversa la sanità contemporanea: una vera e propria linea di disimpegno dalla cura, accelerata nel periodo post-pandemico.
La crescente difficoltà a entrare in relazione con la sofferenza dell’altro, unita a modelli culturali fortemente performativi e individualistici, contribuisce alla crisi delle professioni di cura e alla carenza di personale sanitario. In questo contesto, la tecnologia rischia di diventare non un supporto, ma una sostituzione della relazione, favorendo una deriva prestazionistica.
Care robot e delega alla macchina
Il tema dei care robot si inserisce pienamente in questo scenario. Don Angelelli non propone una contrapposizione ideologica alla tecnologia, ma invita a interrogarsi sul modello assistenziale che essa sottende.
I robot nascono spesso per delegare alla macchina ciò che l’essere umano fatica a fare: affrontare la fragilità, sostenere la relazione, condividere il peso della sofferenza. Il rischio è che la macchina venga chiamata a colmare un vuoto relazionale, anziché a sostenere una cura realmente umana.
Solitudine, individualismo e futuro della cura
Un altro elemento centrale della riflessione è il tema delle grandi solitudini: bambini, giovani, adulti e anziani sempre più isolati in una società che moltiplica le connessioni ma impoverisce i legami.
In questo contesto, il ricorso a care robot o chatbot “empatici” può apparire una soluzione efficace, ma solleva interrogativi profondi sul senso della relazione e sulla qualità dell’accompagnamento umano.
Una bussola etica per l’innovazione
In conclusione, la relazione di Don Massimo Angelelli ha offerto una bussola etica per orientare l’innovazione tecnologica in sanità:
la tecnica è autenticamente al servizio dell’uomo solo quando rafforza la relazione, non quando la sostituisce.
Nel tempo delle grandi solitudini, prendersi cura significa accettare la sfida della fragilità dell’altro, riconoscendola come luogo di umanizzazione e di bene comune.
ultimo aggiornamento il 23 Gennaio 2026

