Dalla sentenza della Consulta alla possibile regolamentazione: il passaggio da una condizione eccezionale a un istituto dello Stato apre interrogativi che meritano una risposta.
Dopo Toscana e Sardegna anche la Regione Emilia-Romagna, lo scorso 23 luglio, si è dotata di una legge per il suicidio assistito. I vescovi emiliano-romagnoli, esprimendo la loro contrarietà, in una nota hanno fatto proprie le parole già espresse dai vescovi toscani: «la vita umana è un valore assoluto, tutelato anche dalla Costituzione: non c’è un ‘diritto di morire’ ma il diritto di essere curati e il Sistema sanitario esiste per migliorare le condizioni della vita e non per dare la morte». La legge, continuano i vescovi, «favorisce una cultura della “inutilità” della vita della persona sofferente e gravemente inabile». I promotori dell’eutanasia, invece, sono sedicenti paladini della libertà. Ma che civiltà si vuol abitare? Quella in cui davanti a un uomo disperato che sta per gettarsi nel vuoto gli si dà una spinta o quella dove ci si adopera per aiutarlo a fermarsi? Si sente spesso dire che in Italia ci vuole una legge sul “fine vita” per evitare il far west delle Regioni, ma il quesito che pone Assuntina Morresi in questo articolo che pubblichiamo di seguito va conosciuto. Laicamente è giusto porselo, per chi ha fede, invece, è necessario rispondere anche per evitare il rimprovero del profeta Isaia: cani che non avete abbaiato. (Lorenzo Bertocchi)
Dai dati resi pubblici finora sappiamo che sono sedici le persone in Italia ad aver avuto accesso al suicidio assistito, applicando la cosiddetta sentenza Cappato (la 242 del 2019), che stabilisce in quali circostanze l’aiuto medico al suicidio non è reato.
Nessuno fra coloro che hanno aiutato i sedici a suicidarsi è stato perseguito dalla legge. Negli stessi anni la Corte Costituzionale con ulteriori sei pronunciamenti in merito – gli ultimi due pubblicati qualche giorno fa – ha consolidato l’orientamento espresso nel 2019, chiarendo alcuni punti: in Italia non esiste un diritto al suicidio medicalmente assistito, tanto che non è prevista obiezione di coscienza degli operatori sanitari, i quali sono liberi, volta per volta, di mettersi o no a disposizione per la procedura suicidaria. La Corte si è mossa all’interno del perimetro di una depenalizzazione, con valutazioni caso per caso in base a quattro requisiti, il più discusso dei quali – la dipendenza da un trattamento di sostegno vitale – è stato sempre confermato, in coerenza con la legge 219 del 2017 che consente di lasciarsi morire rifiutando le cure che permettono la sopravvivenza.
Ne emerge una evidente verità: allo stato attuale è possibile accedere al suicidio assistito in Italia, nei termini indicati dalla sentenza della Corte Costituzionale del 2019, senza la necessità di una legge nazionale. Le regioni possono legiferare limitatamente agli aspetti organizzativi della procedura suicidaria, ma non è necessario farlo perché sia depenalizzato l’aiuto al suicidio, come hanno dimostrato concretamente i 16 casi verificatisi finora.
Perché, quindi, si continua a chiedere di legiferare in merito, a livello regionale e nazionale?
Va riconosciuto che una legge non si limita a prendere atto della possibilità giuridica aperta dalla Consulta: la organizza, la rende prevedibile, ne stabilisce nel dettaglio procedure, responsabilità, tempi, soggetti competenti e modalità di accesso. In altre parole, trasforma una fattispecie oggi eccezionale, definita dalla Corte costituzionale entro un preciso perimetro di non punibilità, in un istituto regolato dall’ordinamento.
È questo il punto che merita di essere discusso. La domanda da porsi non è se una legge renda possibile ciò che oggi è impossibile – perché il suicidio assistito, entro i limiti fissati dalla sentenza 242 del 2019, è già possibile – ma quale effetto produca il passaggio da una depenalizzazione circoscritta a una regolamentazione positiva da parte dello Stato.
Una legge non si limita a regolare: cambia il significato della scelta
Ricordiamo che in tutti i paesi in cui si è regolata l’eutanasia e/o l’assistenza medica al suicidio – la differenza fra i due è solo nella procedura – è sempre aumentato nel tempo, e sempre più velocemente, il numero delle persone che ha chiesto di morire, con numeri che vale la pena guardare con attenzione.
Ad esempio: dal 2002 al 2025 in Olanda le morti per eutanasia e suicidio assistito sono passate da 1882 a 10341, in quest’ultimo caso pari al 6% delle morti totali.
Trasferendo la stessa percentuale in Italia, è come se, nel solo anno 2025 avessero chiesto e ottenuto di essere uccise più di trentanovemila persone.
I numeri degli altri Paesi e la domanda che l’Italia deve affrontare
L’aumento costante delle morti su richiesta, una volta regolamentate, avviene sempre perché legiferando su eutanasia e suicidio assistito lo stato modifica le sue priorità: non tutela più in primis la vita delle persone ma le loro scelte, dando lo stesso valore, e quindi mettendo sullo stesso piano, la scelta di vivere e quella di morire, con tutte le conseguenze del caso, prima fra tutti quella che vede la morte come un rimedio buono a una sofferenza. E se la morte è un buon rimedio, perché negarla a qualcuno? Perché impedire a qualche persona sofferente di accedervi, se serve per mettere fine al dolore?
L’introduzione di una legge di questo tipo, quindi, non può che aumentare sempre il numero di persone che chiedono di morire con l’aiuto dello stato.
Chi oggi chiede una legge in Italia ritiene che questo sia un esito auspicabile? Considera un risultato positivo il fatto che, negli anni, sempre più persone chiedano e ottengano la morte?
Perché è questo il punto che il dibattito pubblico elude. Non basta dire che una legge serve a disciplinare ciò che già oggi è possibile: occorre anche riflettere sulle sue conseguenze. Sapendo, sulla base dell’esperienza internazionale, che una regolamentazione porta a un progressivo aumento delle morti per eutanasia o suicidio assistito, bisogna avere il coraggio di dire se questo aumento rappresenta un obiettivo perseguito o comunque accettato perché considerato un prezzo inevitabile e giustificabile.
Se la risposta è sì, lo si dica apertamente e se ne spieghino le ragioni.
Se c’è chi dice no perché convinto che una legge di un certo tipo possa mantenere basso il numero di morti, ha l’onere di spiegare perché ritiene che con quella legge in Italia dovrebbe accadere qualcosa di diverso da quanto è accaduto ovunque questa strada è stata intrapresa.
Chi invece si oppone a norme che legalizzano eutanasia o suicidio assistito lo fa perché ne ritiene inaccettabili le conseguenze, perchè – per dirla con le parole di Houellebecq – con quelle leggi “entriamo in un mondo in cui sarà più facile morire; avrei preferito un mondo in cui si potesse vivere”.
È questo il confronto che oggi manca.
ultimo aggiornamento il 3 Agosto 2026

