
L’intelligenza artificiale entra ormai stabilmente nella medicina: legge immagini diagnostiche, orienta decisioni cliniche, elabora grandi quantità di dati sanitari, sostiene il monitoraggio dei pazienti fragili e la cura a distanza. Ma questa trasformazione non si misura soltanto in termini di efficienza o di progresso tecnico: in gioco ci sono il senso stesso della cura, la responsabilità del medico, la dignità del paziente e la qualità delle relazioni nei momenti di maggiore vulnerabilità.
Questa pagina propone tre sguardi complementari su una stessa domanda: come custodire l’umano in una medicina sempre più digitale? Il primo contributo interroga il rapporto tra medico e algoritmo e il significato della decisione clinica quando l’IA entra nella diagnosi e nella terapia. Il secondo ricorda che dietro ogni dato sanitario c’è una persona concreta e vulnerabile, non un profilo digitale. Il terzo guarda alla cura degli anziani, dei malati cronici e delle persone sole, chiedendosi se la tecnologia generi nuova prossimità o mascheri nuove distanze. Il criterio che unisce i tre contributi è uno solo: la misura etica dell’IA resta la persona — non ciò che la macchina può fare, ma ciò che essa consente all’uomo di custodire meglio.
«Dottore, lo dice l’algoritmo». Ma chi risponde al paziente? L’intelligenza artificiale entra nella diagnosi e nella terapia. Ma la cura resta un atto che chiede qualcuno che risponda, con il proprio nome, a un altro essere umano. Lo sguardo di Maurizio Calipari docente di bioetica, Segretario Generale Scienza & Vita
È una scena ormai quotidiana in molti ospedali italiani. Il medico apre il referto e trova, accanto alle immagini, un suggerimento dell’intelligenza artificiale: una probabilità, un’area evidenziata, un’ipotesi diagnostica. Nel 2026 oltre sei specialisti su dieci usano strumenti di questo tipo, spesso senza una regia istituzionale. La macchina lavora bene: legge migliaia di immagini senza stancarsi, coglie dettagli che l’occhio umano può perdere, stima rischi con precisione crescente. La domanda sorge spontanea: se l’algoritmo è così bravo, che cosa resta al medico?
Resta, in realtà, l’essenziale. Perché una diagnosi non è un calcolo: è un giudizio. Il Comitato Nazionale per la Bioetica, nel parere dello scorso febbraio, parla di «discontinuità epistemica»: con l’IA la conoscenza clinica non nasce più soltanto dall’incontro con il malato, ma da elaborazioni computazionali su dati di popolazione. È un mutamento profondo: la statistica ragiona sulle medie, la clinica sul singolo, e ciò che vale per mille pazienti simili può non valere per questo paziente, con la sua storia, le sue parole, i suoi silenzi. Il giudizio clinico è sintesi di evidenze, esperienza, contesto e relazione: e non può essere delegato a un sistema che, per quanto sofisticato, non incontra nessuno.
Il rischio più insidioso, infatti, non è che la macchina sbagli. È che il medico smetta di pensare. Gli studiosi lo chiamano automation bias: la tendenza a fidarsi dell’indicazione automatica più che del proprio giudizio. Così il medico rischia di trasformarsi da decisore in validatore, e la delega — mai dichiarata, mai scelta — avviene in silenzio. A complicare le cose c’è l’opacità di molti sistemi: «scatole nere» che forniscono risposte senza mostrare il percorso. Non a caso il Regolamento europeo sull’IA esige dai sistemi ad alto rischio trasparenza e sorveglianza umana: come può, altrimenti, un medico motivare al paziente una terapia che nemmeno lui sa spiegare?
Si gioca qui la partita della responsabilità. Il diritto italiano è chiaro: l’IA è uno strumento, non un soggetto; la decisione resta del medico e non è delegabile. La legge 132 del 2025 ha introdotto l’obbligo di informare il paziente quando l’intelligenza artificiale partecipa alla diagnosi o alla cura. Ma tra il principio e la pratica si aprono zone grigie: chi risponde se lo strumento era difettoso? E se il medico ha usato una piattaforma non certificata, come accade oggi nella maggioranza dei casi? I giuristi parlano di responsibility gap: un errore senza volto, e un paziente danneggiato che non trova nessuno davanti a sé.
In questi snodi la prospettiva personalista mostra la sua concretezza. Il malato non è un caso da classificare, ma una persona da riconoscere: unica, irripetibile, mai riducibile ai suoi dati. Il consenso informato non è una firma su un modulo, ma un atto di libertà con cui la persona custodisce il governo di sé nel momento della vulnerabilità. E la decisione clinica esige quella che i classici chiamavano prudentia: la virtù che applica il sapere universale al caso singolo, assumendone il rischio — ciò che nessun algoritmo può fare, perché la prudenza non è un’inferenza ma l’atto di una persona che risponde di un’altra persona.
Non si tratta dunque di scegliere tra medicina e tecnologia. L’intelligenza artificiale è una risorsa preziosa, e rinunciarvi sarebbe una colpa. Si tratta di custodire una gerarchia: lo strumento serve la cura, non la governa. Il futuro della medicina non dipenderà da quanto diventeranno intelligenti le macchine, ma da quanto i medici sapranno restare umani: capaci di calcolo, ma soprattutto di giudizio, di prudenza, di presenza. Perché alla fine, davanti al letto del malato, a decidere non può essere un algoritmo: deve esserci qualcuno che risponde, con il proprio nome, a un altro essere umano.
Tra algoritmi opachi e privacy. La salute come dato, la persona oltre il dato. Lo sguardo di Maria Teresa Iannone bioeticista clinico, Ospedale Gemelli Isola Roma, Consigliere Centro Studi Scienza & Vita
La trasformazione digitale della sanità ha prodotto un mutamento profondo nel modo in cui la salute viene osservata, interpretata e salvaguardata. La medicina moderna raccoglie, elabora e interpreta le informazioni relative alla persona facendole confluire in sistemi elettronici, con un cambiamento di prospettiva che va ben oltre la digitalizzazione di ciò che prima era cartaceo e costruisce una rappresentazione algoritmica della salute che tende a orientare, e talvolta a condizionare, la valutazione clinica tradizionale.
Il dato sanitario, però, non è un’informazione neutra; rappresenta la persona e ne esprime la vulnerabilità, considerazione apparentemente ovvia che la sanità digitale rischia di smarrire. Ridurre la salute a un insieme di informazioni significa dimenticare che ogni dato rinvia a una storia personale e a un soggetto titolare di diritti inviolabili.
Quando il Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR) qualifica i dati relativi alla salute come “particolari” e per questo meritevoli di una tutela rafforzata, non compie soltanto una scelta tecnico-giuridica: riconosce che in quei dati è in gioco qualcosa di essenziale per la dignità della persona e per la sua autonomia.
Eppure, la logica della sanità digitale tende a trattare il dato come risorsa da estrarre, aggregare e valorizzare con indiscutibili e reali benefici attesi nelle diagnosi precoci, nella ricerca, nella prevenzione, nel supporto alle decisioni cliniche; tutte prospettive di grande valore. Ma pone altrettante questioni etiche e giuridiche che non possono essere considerate secondarie e che possono portare alla perdita progressiva di controllo di questa parte essenziale di sé da parte del paziente, finendo per far coincidere la sua storia con la somma statistica dei suoi parametri.
Occorre considerare anche il rischio di nuove disuguaglianze digitali, un tema che il dibattito pubblico ancora sottovaluta. L’accesso non uniforme alle tecnologie, le diverse competenze digitali e la concentrazione dei dati sanitari possono tradursi in nuove forme di esclusione, favorendo chi dispone della giusta alfabetizzazione digitale e di risorse economiche per orientarsi e marginalizzando, in modo silenzioso ma strutturale, chi ne è privo.
A ciò si aggiunge l’impiego di sistemi algoritmici opachi, le cosiddette black box, che rendono difficile comprendere come si giunga a una determinata indicazione. Il consenso informato, pietra angolare dell’etica medica e del diritto sanitario, rischia così di trasformarsi da atto autentico di espressione della volontà a mero adempimento formale.
Le norme europee cercano di rispondere a queste sfide, ma possono essere efficaci solo se accompagnate da pratiche che rendano i diritti realmente esercitabili. La tutela della persona richiede una governance dei dati sanitari che coinvolga istituzioni, strutture sanitarie, aziende tecnologiche e comunità scientifica. Protezione e sicurezza dei dati non sono meri adempimenti burocratici, come purtroppo molti credono, ma forme concrete di rispetto della dignità del paziente e condizioni essenziali per alimentare la fiducia nel sistema sanitario, secondo una logica di responsabilità condivisa e di accountability.
La medicina digitale può offrire strumenti preziosi, ma la cura autentica richiede che il paziente sia riconosciuto nella sua storia, nelle sue vulnerabilità e nella sua capacità di scegliere, senza essere ridotto a un insieme di variabili calcolabili. Custodire questa distinzione non è un ostacolo all’innovazione: è la condizione perché l’innovazione rimanga davvero al servizio della persona.
Il futuro della sanità digitale non si misurerà dalla quantità di dati raccolti, ma dalla capacità di riconoscere, dietro ogni dato, la persona e di proteggerne la dignità e i diritti.
Cura di prossimità e telemedicina. la tecnologia è utile se non cancelli l’ascolto. Lo sguardo di Giampaolo Ghilardi, bioeticista Ospedale Campus Biomedico Roma, Consigliere Centro Studi Scienza & Vita.
Che cosa significa essere vicini a una persona malata? Per secoli la risposta è sembrata ovvia: condividere lo stesso spazio, entrare nella sua stanza, prenderle la mano. Oggi, però, la medicina sta cambiando. Televisite, monitoraggi a distanza, dispositivi intelligenti e intelligenza artificiale consentono di seguire molti pazienti senza che medico e malato si trovino nello stesso luogo. Viene allora spontanea una domanda: la tecnologia ci allontana dalla cura o può diventare una nuova forma di prossimità? Peraltro, se ci si pensa, il ritornare ad essere curati a casa anziché in ospedale, non è necessariamente un’involuzione o un peggioramento.
L’invecchiamento della popolazione, l’aumento delle malattie croniche e la carenza di personale sanitario rendono sempre più difficile garantire una presenza continua nei luoghi di cura classici. La telemedicina nasce anzitutto da questa esigenza: permettere alle persone più fragili di essere curate nella propria casa, evitando ricoveri inutili e assicurando una maggiore continuità assistenziale. Sarebbe un errore guardare a questi strumenti soltanto con sospetto. Grazie alle tecnologie digitali, oggi è possibile intercettare precocemente un peggioramento clinico, seguire il decorso di una terapia e mantenere un contatto costante con pazienti che, altrimenti, rischierebbero di sentirsi abbandonati.
Eppure, la questione decisiva non è tecnologica, ma profondamente umana. Monitorare non significa ancora accompagnare. Un sensore può rilevare un valore alterato, ma non coglie la paura di chi vive una malattia; un algoritmo può segnalare un rischio, ma non sostituisce lo sguardo di chi comprende la storia di una persona. La cura non consiste soltanto nel raccogliere dati: nasce dall’incontro tra una competenza professionale e una vulnerabilità affidata.
Per questo la prossimità non coincide semplicemente con la vicinanza fisica. Si può essere presenti anche a distanza, quando una relazione continua fa sentire il paziente ascoltato, seguito e sostenuto. Al tempo stesso, si può essere lontani pur condividendo la stessa stanza, se il rapporto si riduce a una prestazione impersonale. La tecnologia, dunque, non elimina la relazione: la mette alla prova, chiedendoci di ripensarne le forme.
La vera sfida è evitare che la telemedicina si trasformi in una medicina della sola sorveglianza. La persona non ha bisogno soltanto di essere controllata: ha bisogno di sapere che qualcuno si prende cura di lei. È qui che diventa decisivo il ruolo dei medici, degli infermieri, dei caregiver, delle famiglie e delle comunità. La tecnologia può rendere la loro presenza più continua ed efficace, ma non può sostituirne la responsabilità.
La parola “prossimità” rischia di essere fraintesa. Non indica semplicemente una distanza da colmare, ma un modo di stare accanto all’altro. Nella tradizione umanistica e cristiana, farsi prossimi significa lasciarsi interpellare dalla vulnerabilità di chi soffre, riconoscerlo come persona prima ancora che come paziente. È un movimento di uscita da sé, che precede ogni gesto tecnico. Per questo la cura inizia dall’ascolto. Solo chi ascolta può comprendere ciò che nessun dispositivo è in grado di registrare: le paure, le attese, il bisogno di essere accompagnati.
La telemedicina può rendere più tempestivo il monitoraggio, ma non può sostituire quell’atto originario del farsi prossimo da cui ogni autentica cura prende avvio.
Vicini, dunque, si dice in molti modi. La distanza non si misura soltanto in chilometri, ma nella qualità della relazione che siamo capaci di costruire. Una sanità davvero digitale sarà anche più umana se saprà usare l’innovazione non per sostituire la prossimità, ma per renderla più ampia, più stabile e più capace di raggiungere chi oggi rischia di restare solo.
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ultimo aggiornamento il 17 Luglio 2026

