S&V FOCUS | 30 marzo 2026

Accertamento della morte | Un problema ancora irrisolto?

Gli approfondimenti di Scienza & Vita | di Francesca Piergentili

Close-up of a doctor checking pulse of his dying of cancer patient in the hospital

L’uomo si è sempre interrogato sulla morte e sul modo di accertarla. I progressi della ricerca in medicina e lo sviluppo tecnologico hanno reso difficile definire in alcuni casi il confine tra la vita e la morte: le tecniche di rianimazione, per esempio, permettono di tenere in vita il paziente anche in condizioni estremamente compromesse. La morte dell’essere umano non è più solo un evento naturale da osservare, ma anche un fenomeno da regolare.

Dovendo accertare l’avvenuta morte di un organismo, occorre identificare quali indici empirici siano da ritenersi più significativi ed affidabili[1]. La morte di un individuo produce, infatti, dei segni biologici: i “criteri di accertamento della morte”, che la medicina utilizza, sono una modalità sicura per rilevare tali segni biologici. È, così, possibile stabilire con sufficiente sicurezza quando può dirsi morto l’organismo corporeo.

I criteri per l’accertamento della morte sono, così, sotto la lente di ingrandimento di scienziati, filosofi, bioeticisti, giuristi e studiosi. La maggior parte delle legislazioni al mondo ha, ormai da anni, introdotto come criterio di accertamento della morte la cd. “morte cerebrale”, elaborato per la prima volta, nel 1968, da una Commissione ad hoc della Facoltà di Medicina della Harvard University: la morte si ha con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo.

I progressi biomedici e le problematiche connesse ai trapianti d’organo, hanno richiesto (e richiedono ancora oggi) di affrontare con nuove prospettive un tema molto delicato.

L’evoluzione dei criteri di accertamento della morte

In antichità la morte dell’organismo era identificata con il venir meno della ventilazione polmonare (si parlava di criterio respiratorio). Solo all’inizio del XVII secolo si individuò la causa della cessazione della vita nel venir meno della funzione cardiocircolatoria: dal XVIII secolo si introdusse accanto al criterio respiratorio, la constatazione dell’arresto cardiaco (criterio cardio-circolatorio). Dalla seconda metà del XX secolo, le nuove tecniche di rianimazione e, soprattutto, la ventilazione assistita, ponevano nuove domande: era possibile vicariare gli atti respiratori e sostenere la funzionalità del cuore di pazienti che avevano danni irreversibili all’encefalo. La tecnologia consentiva di mantenere la circolazione e l’ossigenazione: il corpo poteva apparire biologicamente funzionante, ma il cervello cessava definitivamente ogni attività. Da quel momento è venuta meno la coincidenza tra cessazione delle funzioni cardiopolmonari e cessazione della vita dell’organismo.

Nel 1968 il comitato di Harvard guidato da Henry Beecher propose una nuova definizione di morte. Secondo il comitato, un paziente poteva essere considerato morto quando presentava una totale e irreversibile assenza di funzioni cerebrali, accertabile attraverso criteri clinici: la mancanza di riflessi, l’assenza di respirazione spontanea e l’elettroencefalogramma piatto.

Un recente articolo dal titolo “Defining Death Anew: Reexamining the Twentieth‐Century Brain Death Debates and the Uniform Determination of Death Act”, pubblicato su Hastings Center Report, ricostruisce la nascita e l’evoluzione del concetto di morte cerebrale, mettendo in luce come esso sia l’esito di un intreccio complesso tra innovazioni tecnologiche, esigenze cliniche, problematiche legali e riflessioni etiche. Nell’articolo si afferma che questo nuovo criterio è nato principalmente per motivazioni pratiche: la ridefinizione della morte era la soluzione a problemi di gestione clinica e organizzativa.

Accertamento della morte e trapianti d’organo

Gli anni dell’introduzione del criterio furono gli stessi della scoperta delle tecniche di rianimazione, ma anche del primo trapianto di cuore realizzato da Christiaan Barnard.

Il nuovo criterio di accertamento della morte sarebbe stato la risposta a un’esigenza pratica: rendere possibile e più efficace una pratica medica in rapida espansione. La possibilità di dichiarare morto un paziente sulla base di criteri neurologici consentiva, infatti, il prelievo di organi ancora perfusi, migliorando le probabilità di successo dei trapianti.

Nel testo del Rapporto di Harvard si affermava che la necessità di una nuova definizione si imponeva per due ragioni: il miglioramento delle misure di rianimazione e per possibili controversie nel reperimento di organi per i trapianti. Il tema da allora ha sollevato importanti questioni etiche ma anche giuridiche. Emblematico fu il caso di Bruce Tucker, paziente al quale, nel 1968, vennero prelevati gli organi senza il consenso della famiglia; il tribunale aveva stabilito che il paziente era già morto secondo criteri neurologici. Si avvertì la necessità di una definizione legale condivisa. Di conseguenza, alcuni stati iniziano a legiferare: il Kansas, nel 1970, è il primo a riconoscere formalmente la morte cerebrale come criterio legale.

La discussione di fondo riguardava il rapporto tra medicina e diritto. Da un lato, Beecher e altri medici esprimevano preoccupazioni per una possibile eccessiva rigidità normativa, temendo che la legge potesse ostacolare il progresso scientifico. Dall’altro lato, giuristi e bioeticisti sostenevano la necessità di una regolamentazione chiara, in grado di fornire certezza giuridica.

Nonostante alcune voci contrarie, i criteri neurologici di accertamento della morte furono accolti con crescente consenso nella comunità scientifica. Le Scuole, tuttavia, erano divise in diversi orientamenti sulla loro precisazione.

Nel 1980 fu costituita negli USA la President’s Commission for the Study of Ethical Problems in Medicine and Biomedical and Behavioral Research che, un anno più tardi, pubblicò il documento Uniform Determination of Death Act (UDDA) con lo scopo di uniformare la definizione di morte e di fornire risposte adeguate sotto il profilo medico-biologico. Secondo la Commissione “l’individuo che presenti la cessazione irreversibile delle funzioni respiratoria e circolatoria, oppure la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’intero cervello, incluso il tronco encefalico, è morto. La determinazione della morte deve essere eseguita secondo gli standard medici accertati”.

La Commissione indicò come morte cerebrale la morte dell’intero encefalo (whole brain death), considerato come l’organo critico dell’integrazione corporea. La cessazione irreversibile di tutte le funzioni cerebrali decretava la perdita irrimediabile dell’integrazione delle varie componenti dell’organismo e la morte dell’individuo. La Commissione ritenne ciò la conseguenza del progresso tecnologico che aveva reso disponibili alla medicina più affidabili strumenti per rilevare la perdita delle funzioni cerebrali.

Le critiche e le questioni ancora aperte

Il tema apre da sempre a domande fondamentali: la morte coincide con la perdita delle funzioni cerebrali o con la disintegrazione dell’organismo nel suo complesso? Qual è il ruolo del cervello nell’identità della persona? Come può definirsi il momento della morte nelle situazioni complesse, nelle quali la tecnologia rende più sfumato il confine tra la vita e la morte?

Sin dalla proposta della definizione di Harvard, fu sollevato il dubbio che il criterio neurologico di accertamento della morte fosse stato elaborato per ragioni pragmatiche. Medici, filosofi e giuristi, anche di vario orientamento culturale, sollevarono obiezioni, ritenendo il criterio una soluzione “convenzionale”.

Il Comitato Nazionale per la Bioetica in un parere del 2010 ha affermato a tal proposito la necessità di tenere distinto il problema dell’accertamento della morte e quello dei trapianti, “basandosi sul ben preciso presupposto che la definizione e l’accertamento della morte non debbano avere una finalità ulteriore, nel senso che si deve sempre tenere fermo il principio che la dichiarazione di morte è indipendente dall’eventuale prelievo di organi e da ogni considerazione di ordine utilitaristico relativa ai costi sociosanitari della assistenza ai pazienti post-anossici”. Il concetto di morte dovrebbe essere, dunque, certo e unico, non diverso a seconda del fine della diagnosi.

L’articolo pubblicato su Hastings Center Report ritiene, però, ancora oggi il criterio ambiguo. La coesistenza di due criteri distinti rifletterebbe la difficoltà di fornire una definizione unitaria e coerente di morte. Le ambiguità concettuali persistono e continuano a generare dibattiti, sia in ambito medico che filosofico.

La tesi centrale dell’autrice è che il concetto di morte è nato sotto la spinta di esigenze pratiche — tecnologiche, cliniche e legali — e solo successivamente è stato giustificato sul piano teorico. Questo percorso, inverso rispetto a quello tipico della scienza (dalla teoria alla pratica), spiega perché la definizione attuale sia operativamente efficace ma filosoficamente fragile. La morte cerebrale appare come una costruzione socio-tecnica, il cui significato è stato modellato da fattori esterni alla biologia. Sebbene essa sia oggi accettata e fondamentale per la pratica medica contemporanea, le sue basi concettuali sarebbero da approfondire per colmare il divario tra utilità pratica e coerenza teorica.

Alcune problematiche ancora oggi aperte e non risolte in tale ambito – come la questione circa l’interpretazione ampia del concetto di “irreversibilità”, come sinonimo di “permanenza”[2] – confermano la necessità di interrogarsi nuovamente sulla giustificazione teorica del criterio utilizzato ma anche sulla sua applicazione prativa.

 

Per approfondire:

  1. Clinton AE. Defining Death Anew: Reexamining the Twentieth-Century Brain Death Debates and the Uniform Determination of Death Act. Hastings Cent Rep. 2025 Nov-Dec
  2. CNB, I criteri di accertamento della morte, 2010
  3. Bernat JL. The Unified Brain-Based Determination of Death Conceptually Justifies Death Determination in DCDD and NRP Protocols. Am J Bioeth. 2024 Jun;24(6):4-15.

 

[1] Sul punto cfr. M. Faggioni

[2] Bernat JL. The Unified Brain-Based Determination of Death Conceptually Justifies Death Determination in DCDD and NRP Protocols. Am J Bioeth. 2024 Jun;24(6):4-15; Machado, C. (2026), Defending Irreversibility and Brain Death in the Ethics of Heart Donation After Circulatory Death. Bioethics, 40: 155-158

ultimo aggiornamento il 30 Marzo 2026

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