
Alcuni Paesi che consentono il suicidio assistito e l’eutanasia, con regimi diversi, ammettono anche la possibilità di donare gli organi dopo la morte ottenuta tramite tali pratiche. È il caso di Belgio, Paesi Bassi, Canada e Spagna.
I dati indicano che il 10% dei pazienti deceduti per eutanasia potrebbe essere idoneo per la donazione di organi per il trapianto[1]. La Spagna ha superato tale soglia nel 2022, arrivando al 14%[2]. Il tema è estremamente delicato: da un lato, infatti, si avverte la necessità di incrementare gli organi da destinare al trapianto, in considerazione del problema della mancanza cronica di organi e dei tempi lunghi delle liste d’attesa per il trapianto; dall’altro la bontà del fine (il trapianto) potrebbe far distogliere l’attenzione sul giudizio negativo rispetto alle pratiche eutanasiche. La necessità di incrementare le donazioni di organi non può giustificare la promozione di pratiche lesive della vita e della dignità umana.
La donazione di organi dopo le pratiche eutanasiche e le criticità bioetiche
Un articolo dal titolo “Organ Donation After Medical Aid in Dying: An Ethical Overview”, pubblicato su Bioethics, affronta le questioni etiche sollevate dalla donazione di organi successiva al suicidio assistito o all’eutanasia. Gli autori intendono offrirne una valutazione etica, mettendo in luce le tensioni che tale pratica introduce nel campo della bioetica.
Il punto di partenza dell’analisi è il riconoscimento del carattere peculiare di tale forma di donazione, che è strettamente collegata alla decisione del paziente di porre fine alla propria vita. A differenza delle forme tradizionali di donazione di organi dopo la morte, in questo caso la morte del donatore è il risultato di un atto diretto a provocare la morte e la donazione viene pianificata in prossimità della procedura che conduce alla morte. Questa vicinanza tra la decisione di morire e la decisione di donare organi rende tale pratica distinta sia dalla donazione da vivente sia dalla donazione da cadavere. La donazione di organi dopo suicidio assistito o eutanasia si collocherebbe a metà strada tra le due classiche tipologie di donazione, creando una sorta di terza categoria che incorpora alcuni elementi delle precedenti ma senza identificarsi con nessuna delle due.
Gli autori sostengono, infatti, che nella misura in cui gli organi vengano prelevati dopo la cessazione irreversibile dell’arresto circolatorio, la donazione può essere considerata una sottocategoria della donazione controllata a cuore fermo (cDCD): l’arresto circolatorio sarebbe, però, determinato dall’iniezione o dal farmaco letale. Tuttavia, mentre la donazione controllata riguarda pazienti ormai incoscienti, la donazione conseguente a suicidio assistito e a eutanasia riguarda pazienti consapevoli che possono decidere se donare o meno i propri organi dopo la morte. Tale capacità di decidere fino all’ultimo momento ha portato alcuni autori a considerare tale donazione una forma di donazione da vivente.
Su queste basi, l’articolo individua una serie di questioni critiche. La prima riguarda l’autonomia della decisione di ricorrere alle pratiche eutanasiche. Gli autori si interrogano sul rischio che la possibilità di donare organi possa influenzare, anche indirettamente, la scelta del paziente di porre fine alla propria vita. I pazienti potrebbero sentire pressioni esterne da parte della famiglia, della società o dei professionisti sanitari e sentirsi obbligati a scegliere di richiedere la morte. In particolare, vi è il timore che la donazione venga percepita come un modo per attribuire un valore sociale o morale alla propria morte, introducendo pressioni – esplicite o implicite – che potrebbero compromettere il consenso alla donazione. Questo rischio appare particolarmente rilevante in contesti di vulnerabilità, dove il paziente potrebbe sentirsi moralmente obbligato a “restituire” qualcosa alla società o ad aiutare una persona cara bisognosa di un organo.
Una seconda questione concerne il rispetto della cosiddetta “dead donor rule”, secondo cui il prelievo di organi deve avvenire solo dopo l’accertamento della morte del donatore e non deve esserne la causa. Gli autori sottolineano come la stretta integrazione tra le pratiche di assistenza alla morte e la donazione possa indebolire, sul piano simbolico e percettivo, la distinzione tra il causare la morte e il trarne beneficio terapeutico per altri. Questo aspetto solleva interrogativi sulla fiducia pubblica nei sistemi di donazione e sul significato che viene attribuito al morire umano.
Un ulteriore nodo critico è rappresentato dalla collaborazione tra équipe coinvolte nel fine vita del paziente e nella donazione di organi: si potrebbero, infatti, creare sovrapposizioni di ruoli e obiettivi che rischiano di compromettere la neutralità del processo decisionale. Gli autori insistono sulla necessità di una chiara separazione tra i percorsi decisionali, affinché nessun interesse legato al trapianto possa interferire con la valutazione della richiesta di morte assistita.
La lesione della dignità umana e della solidarietà sociale
Invero, la possibilità, riconosciuta in alcuni Paesi, di donare gli organi dopo l’eutanasia o il suicidio assistito mostra non solo la complessità del fine-vita umano e il rischio di pressioni esterne, che possono trasformare il presunto “diritto” alla morte in un “dovere” di morire per gli altri, ma anche il vero pericolo che si cela dietro alle pratiche eutanasiche, e cioè l’ingresso in campo medico e sociale di logiche utilitaristiche, contrarie alla dignità umana.
Se la vita dell’uomo può “valere meno” a determinate condizioni, non stupisce la diffusione di pratiche che finiscono per considerare l’altro un mero mezzo per il bene di altri.
In un contesto storico caratterizzato da tensioni sull’allocazione delle risorse pubbliche e da un orizzonte demografico sempre più grigio, le pratiche che dovrebbero garantire il (presunto) “diritto di morire” possono essere percepite dal malato come un “dovere di morire” per gli altri, con un grave abbassamento della sensibilità morale collettiva. Ad essere stravolta sarebbe la stessa solidarietà che anima tutta la materia dei trapianti d’organo ma, ancor di più, ogni relazione e rapporto sociale.
Per approfondire
[1] J. Bollen, T. van Smaalen, R. ten Hoopen, E. van Heurn, D. Ysebaert, and W. van Mook, “Potential Number of Organ Donors After Euthanasia in Belgium,” Journal of the American Medical Association 317, no. 14 (2017): 1476–1477, https://doi.org/10.1001/jama.2017.0729.
[2] D. Rodríguez-Arias, M. V. Martínez-López, L. Espericueta, G. Díaz-Cobacho, J. A. Gross, and J. Delgado, “ Organ Donation After Medical Aid in Dying: An Ethical Overview,” Bioethics 0 (2025): 1-9.
ultimo aggiornamento il 12 Gennaio 2026

