Sterilità maschile

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La sterilità tanto temuta nel mondo antico, come testimonia la Bibbia, punizione che si poteva risolvere in un miracolo divino – come il concepimento miracoloso di Isacco e quello di Giovanni Battista, o la manna nel deserto – non esiste più. Un profondo cambiamento nel modo di concepire la riproduzione umana ha fatto sì che la sterilità – quella che veniva considerata nelle società tradizionali una delle peggiori maledizioni per un essere umano – sia in un certo senso scomparsa. Non solo perché ormai la definizione di questa condizione, che è in mano ai medici, viene rivestita da eufemismi, come “infertilità” o “problemi di fertilità”. Ma soprattutto perché l’uso degli anticoncezionali fin dalla prima gioventù fa sì che nessuno sappia più se è sterile o no. Se, e quando, a una età più avanzata, una persona decide di avere un figlio e incontra dei problemi a concepirlo, è sempre più difficile capire se si tratti di una sterilità originaria o dell’effetto che tanti anni di contraccettivi hanno avuto sul suo complicato meccanismo riproduttivo. E questo capita anche, se non soprattutto, agli uomini, nonostante essi non siano oggetto d’interventi diretti con contraccettivi chimici. La fertilità è anche, e sta diventando sempre di più, un fatto psicologico, non solo chimico, perché, quando la si scopre, si prova una acuta sofferenza. Ma questa difficoltà a concepire non viene considerata – e probabilmente a ragione – come una volta, sterilità: sembra essere piuttosto una protesta del corpo, al quale per anni è stato mandato il messaggio “niente figli” e che poi non è più disposto a fare figli a comando.
Certo, abbiamo salutato con gioia la fine della concezione antica di sterilità, vissuta come una tragedia che condizionava la vita e, fino a tempi abbastanza recenti, attribuita dalla scienza medica tradizionale solo alla donna, cioè a colei che portava nel suo corpo il segno della fertilità. La donna sterile, disprezzata perché incapace di adempiere alla sua funzione, non è più una condizione umana moderna, almeno nel mondo occidentale. La prima ragione di questa scomparsa va ricercata nelle
trasformazioni demografiche che hanno segnato l’Occidente dopo la rivoluzione industriale: con il miglioramento delle condizioni di vita e grazie alle scoperte mediche,infatti, è sembrata assicurata la continuità del gruppo umano di appartenenza e ha avuto fine il timore ancestrale dell’estinzione che aveva tormentato l’umanità.
Inoltre, la disgregazione di ogni senso di appartenenza a forme di vita comunitarie, compresa la famiglia, e l’affermarsi di un esasperato individualismo hanno cancellato un altro tipo di timore, quello che la famiglia – senza arrivare a parlare di lignaggio – si estinguesse. Oggi siamo delle monadi, preoccupate solo di vivere meglio possibile questa vita: il futuro non ci interessa.
L’immanenza che ci caratterizza, l’assenza di interesse per l’avvenire, rendono infatti indifferente, per un numero sempre crescente di persone, il problema della riproduzione. E dei figli sono sempre più sentiti i lati negativi – la fatica, le preoccupazioni, le spese, i limiti alla libertà – che non quelli positivi. Se i figli non sono più considerati una benedizione, la sterilità non è più una maledizione. È una scelta, prima voluta e poi subita, vista sempre più positivamente perché sembra garantire quella che è considerata la condizione ottimale, cioè la libertà individuale.
Se della sterilità si parla poco, quasi niente si parla della sterilità maschile, per molto tempo ignorata e nascosta perché, nelle culture occidentali, veniva confusa con l’impotenza, e quindi considerata una ferita vergognosa, lesiva dell’identità maschile. Nelle culture diverse dalla nostra, invece, (vedi articolo di Girola) non ha costituito un problema perché molto spesso era ignorato l’apporto maschile alla riproduzione. Invece, oggi, la gravità del problema impone che venga affrontato: la sterilità maschile è in costante aumento, ed è superiore a quella femminile arrivando a prendere le dimensioni di una malattia sociale. Le cause, come indicano gli articoli (Foresta, Lenzi e Mancini) possono essere genetiche o mediche e, nell’ultimo caso, possono essere curabili, ma molto spesso sono difficili da individuare perché si tratta di cause ambientali – dall’inquinamento alle posizioni tenute durante il lavoro, ma anche tensioni psicologiche che derivano da nuove situazioni sociali – che il singolo non ha potere di mutare (Lombardo, Nava). Tant’è vero che la sterilità da cause ambientali colpisce anche alcuni tipi di animali. Oggi, invece di studiare la sterilità, e di cercare di curarla, la medicina sembra avere privilegiato la soluzione tecnica, cioè la fecondazione artificiale, nonostante il suo basso tasso di riuscita. Abbastanza recente è la nascita dell’andrologia, cioè della branca medica che affronta l’uomo dal punto di vista dell’apparato sessuale (Isidori), a differenza della ginecologia, che ha radici addirittura nell’antichità greca: “Quello della donna è un corpo instabile e soggetto a malattie specifiche: l’andrologia è invenzione molto recente, perché solo da poco si sono create anche nella medicina le premesse teoriche per pensare a malattie dell’uomo”. Nell’antichità greca, il corpo della donna veniva studiato “come inquietante e minaccioso” mentre quello dell’uomo – temprato dalla fatica dell’esercizio ginnico o del lavoro dei campi, nonché della sua ideologia, in vista della fatica suprema della guerra – “perde ogni paticità, per divenire simbolo apatico” . Ai recenti studi sulla sterilità maschile di ordine medico, e alle cause ambientali come l’inquinamento, bisogna aggiungere una novità, cioè l’apporto della psicanalisi, che aiuta a identificare e ad affrontare le ragioni e gli effetti psicologici di una situazione apportatrice di sofferenza (Risé) che oggi, insieme con quelle sociali, cominciano ad essere riconosciute come cause primarie e importanti . Ad esempio, è stata identificata come una delle cause sociali la confusione fra i sessi che caratterizza la nostra società: non ci preoccupiamo più, infatti, di
mantenere ben separati i ruoli femminili e maschili, come è stato sempre fatto da tutte le società tradizionali che vedevano in questa separatezza la garanzia simbolica della riproduzione del gruppo umano di appartenenza. In tutte le culture, infatti, è sempre stata considerata condizione necessaria
per garantire la fertilità di un gruppo umano la differenziazione accentuata fra donne e uomini, perché è stata sempre forte la consapevolezza che solo dai diversi poteva germogliare un nuovo essere. Nella tradizione greca classica, fra i due modelli virili opposti, Eracle e Adone, solo il primo, maschio violento e combattente, è padre di numerosi figli, mentre il secondo, amante degli aromi e dei profumi che ne fanno un gigolo effeminato, è sterile. Senza dubbio le trasformazioni della nostra società, che tende a penalizzare i ruoli sessuali tradizionali, creando identità sempre meno distinte e complementari, ma sostituibili l’una all’altra, possono essere la causa, o meglio una delle cause, del calo della fertilità maschile. Fra le cause ambientali, si deve porre anche l’effetto della cannabis (Risé, Lombardo) che ormai è talmente diffuso fra i giovani da essere considerato un fenomeno sociale di massa.
Affrontando il tema della sterilità maschile vogliamo mettere in luce un problema grave e nascosto, offrire un continente sommerso di informazioni, e lanciare un allarme sociale, che si deve trasformare in una maggiore attenzione alle cause ambientali della sterilità, ma anche in un invito alla ricerca medica di occuparsi di più degli esseri umani curando la sterilità invece di privilegiare la fecondazione artificiale.
(dall’Introduzione di Lucetta Scaraffia)

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