Visitare i carcerati Luciano Eusebi

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Il verbo è impegnativo. Richiede disponibilità a un incontro personale con chi è giudicato responsabile di un ferita nei rapporti interpersonali e sociali. Certo, la misericordia è fatta di gesti concreti: il carcere sarebbe ancor più drammatico, soprattutto per chi è solo, se non esistesse il volontariato; e il recupero sociale rimane utopia se non si dà l’offerta seria di lavoro all’ex detenuto; del resto, il carcere è un luogo di vita talmente umano che, all’ingresso, è prescritto il test anti-suicidio, dato il tasso così inaccettabilmente elevato, in esso, dei gesti disperati. Eppure, non si tratta, soltanto, di prestare assistenza, tanto meno ove lo si faccia con quella certa alterigia di chi si sente superiore. Piuttosto si tratta di avvertire un senso di solidarietà, fondato sul mistero della nostra comune attitudine a compiere il male: perché lui, e non io?, si è chiesto più volte il Santo Padre accostando i detenuti. La circostanza che i tribunali abbiano individuato alcuni come colpevoli non può essere motivo per sentirci, all’incontrario, giusti. Non perché debbano confondersi le responsabilità, ma perché visitare i carcerati significa anche essere disponibili a visitare le nostre personali chiusure al bene, le nostre indifferenze, i nostri compromessi. In altre parole, a riconoscerci tutti bisognosi di misericordia. Ed è questo, paradossalmente, che ci rende capaci di giustizia. Ci fa comprendere, infatti, che non si fa prevenzione dei reati senza un impegno personale e comunitario (anche quando costi) al fine di contrastare i fattori che favoriscono la criminalità: siano essi il nero fiscale, i paradisi bancari, la non integrazione dell’immigrato, il rifiuto di controlli seri circa il rispetto delle regole, la demolizione dei servizi sociali, l’inerzia educativa in materia sessuale… Ma altresì ci fa comprendere come sia ben più impegnativo esser vicini alle vittime dei reati, piuttosto che relegarle nella solitudine dell’attesa non pacificante di un contrappasso. E, in radice, come la giustizia non consista nel riprodurre il male, secondo il modello della bilancia, verso chi ne sia reputato autore, ma nel reagire, pur sempre, in base a ciò che è altro dal male. Così che la stessa risposta al reato possa costituire un progetto piuttosto che una ritorsione, significativo per il suo destinatario nonché per il suo rapporto con la vittima e con la società. Senza dubbio servirà cautela in presenza di legami con le forme più gravi della criminalità organizzata: ma non si deve dimenticare che nulla destabilizza di più le appartenenze criminose, rafforzando l’autorevolezza della legge nella società, del fatto che proprio chi abbia delinquito operi una revisione convinta della propria condotta e sia disposto a impegni riparativi. Non a caso papa Francesco parla di una «giustizia che sia umanizzatrice, genuinamente riconciliatrice», orientata «alla riabilitazione e al totale reinserimento del condannato», riprendendo l’invito di san Giovanni Paolo II, nel precedente Giubileo, a superare la centralità della condanna al carcere (con maggior attenzione, semmai, per il contrasto dei profitti perseguiti in modo criminoso). Ben oltre il problema del carcere, è in gioco la riscoperta, nella nostra cultura, della giustizia intesa come risposta intelligente al male secondo il bene, nel solco della giustizia salvifica di Dio e della testimonianza redentiva di Gesù.

Luciano Eusebi
Professore ordinario di Diritto penale, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
Consigliere nazionale S&V

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