Sopportare pazientemente le persone moleste Emanuela Vinai

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Sopportare pazientemente le persone moleste ai più non sembra un’opera di misericordia, ma un esercizio d’uso quotidiano. Paradossalmente, sembra persino la più facile da seguire. Non c’è bisogno di prodursi in qualcosa di attivo come visitare infermi o carcerati, oppure accogliere e sfamare chi bussa alla porta, basta mettersi in modalità ascolto passivo, annuire ogni tanto e lasciare che la mente vaghi per campi. È questa forse l’opera di misericordia che maggiormente ci interpella nel nostro vivere quotidiano, nel nostro relazionarci con amici, parenti, sconosciuti o colleghi. Ogni luogo che frequentiamo ha in sé il potenziale molesto e se chiedessimo informazioni nel merito a più persone in parti diverse della Terra, con differenti culture e vite, risponderebbero probabilmente tutte alzando gli occhi al cielo ed elencando una serie di seccatori di vario genere. Può esserci un’opera più universale e condivisa? Consultando il web si rilevano quasi 9mila risultati sul tema, solo in italiano… Ci sono riflessioni, consigli, librettini dedicati, ma in molti casi si tratta della stessa questione: come si fa a sopportare pazientemente i molesti? Richieste non teologiche, ma più volte al concreto, a volte con risvolti surreali, come il fedele che scrive a un sacerdote: qual è l’atteggiamento da tenere, soprattutto quando si tratta degli amici? Ora, non conoscendo le amicizie dello scrivente non è possibile avanzare giudizi, ma se uno già ritiene moleste le persone che in teoria è felice di vedere, frequentare, fare progetti, perché li ha scelti e chiamati amici, quale moto di sollecitudine nutrirà mai per il resto del mondo? La chiave è nell’avverbio: la sopportazione è atto di pazienza che, per tornare al paradosso iniziale della sopportazione come azione facile perché passiva, dimostra l’opposto e scardina le convinzioni. La pazienza è forza. La pazienza porta con sé la capacità di sostenere qualcosa, senza cedere. Non si rinuncia: si lotta con pazienza. Sopportare è un verbo attivo, la pazienza non è apatia né rassegnazione, non fa rispondere al male con il male, ma con la forza dell’amore per l’altro. Esige una notevole capacità di resistenza per mantenere la posizione in maniera corretta. Richiede equilibrio interiore per poter sostenere situazioni insostenibili. Certo, ai giorni nostri la pazienza non è virtù particolarmente apprezzata, nessuno ha più pazienza di sopportare se stesso, figuriamoci gli altri. Ma in realtà la domanda da porsi è speculare: quand’è che etichettiamo qualcuno come molesto? Quando e perché ci disturba? Perché un determinato comportamento ci infastidisce? Sopportare pazientemente le persone moleste volge lo sguardo sulla persona. E i seccatori sono come i vecchi: sono sempre gli altri. Nel percepire fastidio di fronte a qualcuno e nel sentirne l’insopportabilità si svela una rivelazione di noi a noi stessi. Per questo dovremmo ricordare che verrà un giorno in cui dovremo chiederci: abbiamo avuto con gli altri la stessa pazienza che Dio ha con noi?

Emanuela Vinai
Direttore responsabile Newsletter di Scienza & Vita
Segretario nazionale S&V

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