Perdonare le offese Maurizio Faggioni

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Prendersi cura dell’altro nelle sue necessità, dargli da bere nella sua sete o dargli da mangiare nella sua fame o vestirlo nella sua nudità, consolarlo nel suo dolore o consigliandolo nei suoi dubbi, tutto questo è bello, attraente e rispondente al sentire spontaneo dell’uomo. La solidarietà è un valore umano condiviso e la vicinanza empatica e fattiva al dolore e al bisogno altrui suscita con facilità plauso e desiderio di emulazione. Ma perdonare, perdonare chi ci offende, chi ci ferisce, chi ci fa del male? Possiamo dimenticare il male ricevuto, possiamo annullare le ingiustizie subite? Di fronte alla possibilità di perdonare, di dimenticare, di andare oltre le offese ricevute, ci chiediamo: è giusto farlo?
Una cosa è certa: perdonare è divino, è atto proprio di Dio perché il nostro Dio è il Dio della misericordia e del perdono e Gesù Cristo ne è il volto. Quante volte noi, consapevoli della nostra fragilità e e delle nostre infedeltà all’amore, imploriamo: “Signore, perdonami Signore, abbi pietà di me!”. Gesù ci ha rivelato che Dio è “un Padre che non si dà mai per vinto fino a quando non ha dissolto il peccato e vinto il rifiuto, con la compassione e la misericordia” (Misericordiae vultus, n. 9). Lui può, ma noi? Ci sconcertano e ci lasciano increduli e interdetti le parole del discorso della montagna: “Amate i vostri nemici” (Mt). A Pietro che chiedeva quale fosse la misura del perdono e azzardava un perdono da offrire sette volte, Gesù rispose: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette” (Mt 18, 22). La parabola del servo spietato illustra questo perdono sconfinato. Tutta la ricordiamo. Un servo ha ricevuto il condono di un debito enorme da parte del suo padrone, ma non è capace di ripetere questo gesto di magnanimità verso un suo compagno di servizio che gli doveva una somma infinitamente più piccola. Di fronte allo sdegno del padrone per tanta durezza, Gesù conclude: “Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello” (Mt 18, 35). Nel Padre nostro Gesù ci ha insegnato a dire: “Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori”. “La misericordia – commenta papa Francesco – non è solo l’agire del Padre, ma diventa il criterio per capire chi sono i suoi veri figli. Insomma, siamo chiamati a vivere di misericordia, perché per primi è stata usata misericordia” (Misericordiae vultus, n. 9). L’uomo non ha in sé la forza di perdonare perché il perdono è amore di assoluta gratuità e l’uomo, nella sua povertà, non trova in sé le risorse per quel dono assoluto che è – come dice la parola – il “per-dono”. Se però, l’uomo fa esperienza di essere perdonato da Dio, se assapora e vive la dolcezza del perdono, allora può incamminarsi anche lui sulla via del perdono. Come ama il Padre così amano i figli. Come è misericordia Lui, così siamo chiamati ad essere misericordiosi noi, gli uni verso gli altri. Siamo invitati ad entrare nella logica sconcertante dell’amore di Dio: essere misericordiosi per ricevere la sua misericordia (cfr. Mt 5, 7), perdonare per essere da Lui perdonati (cfr. Lc. 6, 37).
Il perdono fa sì che il passato non condizioni il nostro presente e che il male ricevuto non diventi ferita sempre sanguinante e dolente. Non sempre è possibile riannodare un legame spezzato o restituire una fiducia tradita perché non sempre l’altro è disposto a cambiare il suo atteggiamento offensivo e non sempre egli si vuole impegnare a non ripetere il male compiuto e riparare. Una cosa, però, possiamo fare sempre e comunque: possiamo superare in cuor nostro il male e fermare la spirale di vendetta, rancore, dolore che il male tenderebbe a perpetuare. Il perdono disinnesca la potenza distruttiva del male perché risponde alla logica del male con la logica dell’amore. Il perdono, a ben guardare, non è passività, ma è potenziale creatività perché, se il perdono viene accolto da chi ha offeso, può rigenerare la relazione ferita e può permette all’altro di vivere una sorprendente e inattesa novità. Il perdono è uno sguardo di speranza sulla vita, è potenza di futuro in noi e nell’altro.
Si aprono ai credenti prospettive luminose di testimonianza e di impegno nel mondo. Il perdono, infatti, può diventare il criterio ispirativo non solo delle relazioni interpersonali ferite dai conflitti e dalle ingiustizie, ma anche delle relazioni all’interno della società e delle stesse relazioni internazionali. Il perdono è capacità di andare oltre la storia e la memoria non abolendo il passato, ma trasformando il passato, anche doloroso, in esperienza per camminare con più saggezza verso il futuro. “Il perdono – conclude papa Francesco – è una forza che risuscita a vita nuova e infonde il coraggio per guardare al futuro con speranza” (Misericordiae vultus, n.10).

Maurizio Faggioni
Professore ordinario di Bioetica, Accademia Alfonsiana, Roma
Consigliere nazionale S&V

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