FINE VITA | ALFIE EVANS: NESSUNA VITA UMANA PUÒ ESSERE DEFINITA “FUTILE” | di M.CALIPARI AgenSIR

 

Di solito, si riserva il termine di “futilità” ai trattamenti medici, in base alla loro effettiva efficacia nel caso clinico concreto. Ma come fanno dei giudici a definire “futile” una vita umana? In base a quali criteri? E per di più, come può un simile giudizio – che fa la differenza tra la morte e la vita – essere applicato a un bimbo di due anni, che non potrebbe comunque né replicare né opporsi a tutto questo?

La triste vicenda del piccolo Alfie Evans (23 mesi di vita) merita di essere ancora motivo di riflessione e di confronto. Il bimbo inglese di Liverpool, purtroppo, è afflitto da una neuropatologia progressiva (a cui i medici che lo hanno in cura non hanno potuto dare né un nome, né una terapia efficace), con prognosi quasi certamente infausta, che lo ha ridotto in uno stato semi-vegetativo. Attualmente, Alfie ha bisogno del supporto della ventilazione meccanica e di un sondino naso-gastrico per nutrizione e idratazione artificiali. Non intravedendo prospettive di miglioramento, i medici dell’Alder Hey Children’s Hospital, dove il bimbo è ricoverato, hanno stabilito che – “nel miglior interesse di Alfie” – è bene avviare l’interruzione dei sostegni vitali e così avviare il bimbo alla morte (ovviamente dopo averlo sedato).

Ma i genitori di Alfie, Thomas e Kate, si sono opposti strenuamente a questa decisione, rendendo necessario il ricorso ai giudici per risolvere il conflitto di pareri. Purtroppo, nei vari gradi di giudizio, le sentenze sono giunte tutte alla stessa conclusione: la decisione dei medici (interrompere i supporti vitali) è legittima ed è la migliore per Alfie stesso.

Ma quello che, in tanti, ha accresciuto ulteriormente il turbamento per questa vicenda è stata la motivazione addotta dai giudici di primo grado alla loro sentenza: essi hanno definito “futile” la vita del piccolo Alfie; e siccome “futile” vuol dire inutile, inefficace, senza prospettive, essa merita di essere avviata alla morte. Di solito, si riserva il termine di “futilità” ai trattamenti medici, in base alla loro effettiva efficacia nel caso clinico concreto. Ma come fanno dei giudici a definire “futile” una vita umana? In base a quali criteri? E per di più, come può un simile giudizio – che fa la differenza tra la morte e la vita – essere applicato a un bimbo di due anni, che non potrebbe comunque né replicare né opporsi a tutto questo?
E se tutto ciò non bastasse, ai genitori di Alfie che stanno chiedendo strenuamente, persino invocando e ricevendo la solidarietà fattiva di Papa Francesco, almeno la possibilità di trasferire Alfie in un altro ospedale (l’Ospedale pediatrico del Bambin Gesù, ad esempio, è pronto ad accogliere il piccolo), i giudici stanno negando anche questa possibilità, realizzando di fatto una sorta di “sequestro legalizzato” del piccolo Alfie, obbligato dalla legge a non poter lasciare (almeno per ora) le mura dell’Alder Hey Children’s Hospital.
Ci domandiamo: ma uno Stato democratico moderno può ingerirsi, con i suoi interventi giuridici, fino a questo punto nella vita e nelle scelte intime di una famiglia?

E, soprattutto, può farlo decretando di fatto la vita o la morte di qualcuno? Persino di un bambino incapace di intendere e di volere? Sinceramente, tutto ciò appare del tutto incomprensibile e gravemente disumano! L’unica prospettiva che può spiegare simili orientamenti normativi e giurisprudenziali è un orizzonte culturale che decide di dare preminenza alla morte piuttosto che alla vita, soprattutto nei confronti di soggetti “fragili”, che presumibilmente finiscono per costituire, per un verso o per un altro, un peso sociale per lo Stato stesso. Un triste principio che – ad una considerazione spassionata -, pur di non creare “strappi” per occasioni future, in questo caso specifico verrebbe applicato persino contro ogni evidenza, dal momento che i genitori di Alfie non chiedono altro che di potersi prendere cura del loro figlioletto, assumendone in proprio e in pieno tutti gli eventuali oneri connessi.
È davvero questo ciò che vogliamo per noi e per i nostri figli in avvenire? Se la risposta è no, diventa urgente impegnarci tutti a ri-diffondere nella nostra comunità civica, ad ogni livello, la cultura dell’accoglienza, della solidarietà, del “prendersi cura”, in particolare delle persone più deboli e fragili. Perché nessuna vita umana possa più essere definita “futile” da chicchessia e per questo essere scartata!

Fonte Agensir

 

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