NEONATO

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Definizione
Bambino nel primo mese di vita, ovvero entro le quarantaquattro settimane dal concepimento, una persona con diritti umani pari a quelli di un adulto, pur con elevata fragilità e scarsa autocoscienza.

Realismo
L’idea di neonato richiama certamente l’idea di fragilità, ma non dobbiamo dimenticare che nonostante l’età e le dimensioni, il neonato è un paziente a tutti gli effetti. Con i moderni progressi medici, il neonato può sopravvivere fuori dell’utero materno quando è estremamente piccolo.

Oggi il limite di sopravvivenza è di ventidue settimane, quando – se nasce in un centro di alta specializzazione – la possibilità di sopravvivenza è circa il 10%. Più si ritarda la nascita (in assenza di controindicazioni), maggiori sono le possibilità di sopravvivere. Comunque, per molto tempo il neonato resta dipendente dalla madre in maniera evidente, per ogni necessità.

Ragione
Il neonato è una persona? Questa domanda non andrebbe posta, perché è come domandarsi se i cinesi o gli olandesi sono delle persone: va da sé che lo sono e volerlo dimostrare significa in fondo metterlo in dubbio; e nessuno accetterebbe che venga messo in dubbio che cinesi o olandesi sono persone. Dobbiamo riconoscere invece che diversi rinomati filosofi discutono se i neonati siano persone e alcuni affermano che non lo sono, in base al fatto che non hanno autocoscienza o che dipendono in tutto dagli altri (vedi al capitolo « persona » per discutere come il criterio per definire un individuo « persona » non siano le sue caratteristiche o le sue abilità).

Ma se i neonati non sono persone, possono essere trattati come si trattano in molte legislazioni i feti, cioè subordinando i loro interessi a quelli dei genitori o dell’economia generale, e questo ragionamento (che semmai dovrebbe valere al contrario per valorizzare la vita fetale, vedi la voce « feto ») è difficile da sostenere.
Siamo giusti verso di loro? Riflettiamo sul trattamento del dolore o nelle scelte sul fine vita. Vari studi mostrano che si è più propensi a considerare l’interesse dei genitori in questi casi, di quanto lo si sia per pazienti più grandi; e che in alcuni Paesi si sospendono le cure su una base probabilistica (basandosi solo sull’età gestazionale) piuttosto che su una prognosi basata su accertamenti adeguati, cosa che invece avverrebbe in un adulto.

Le motivazioni di questo trattamento sono probabilmente da ricercare in una forte empatia verso la sofferenza dei genitori e nello smacco che si prova al vedere che gli sforzi per salvare un neonato talora lo fanno vivere ma con un grave handicap. Il problema è che se vogliamo fare l’interesse del paziente allora non dobbiamo farci prendere da un erroneo uso del sentimento, che deve essere equilibrato e opportuno, che ci può portare a sospendere le cure senza valutare cosa prova il paziente stesso o a farci protrarre delle cure inutili. D’altronde può esistere un conflitto di interessi tra genitori (oltretutto stressati e impauriti al momento del parto e nei giorni successivi) e bambino.

Empatia
Parlare della dignità dei neonati è parlare dell’uguaglianza di tutte le persone, indipendentemente da razza, religione, età e salute. La dignità dei piccolissimi pazienti impone di dare a tutti una chance, esattamente come si farebbe con un adulto che subisce un infarto o un ictus, entrambe condizioni con alto rischio di morte e di disabilità in caso di sopravvivenza. Un trattamento disuguale è legato a un’idea di uomo subordinata alla sua autonomia (chi è autonomo è trattato meglio degli altri) che soppianta un’idea di uguaglianza tra persone con capacità diverse.

Riferimenti Bibliografici:
C.V. Bellieni, L’epidemia nascosta, in L’Osservatore Romano, 10 gennaio 2010.

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